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26 luglio 2012

Della fiducia

Si parte da una fine. Quella di lei fatta a brandelli, non da strappi ma da morsi. Livida, calpestata, annega in pozze di sangue come specchi da leggerci dentro. Se fosse un essere umano sarebbe già morto, si sarebbe liberato dell'ultimo respiro e poi via verso miglior vita, così la chiamano gli scaramantici della vita, quella vera.
Lei invece, che è a metà tra sensazione, emozione e sentimento, lei... sopravvive. In un coma fluttua. 
La fiducia mal riposta, tradita, spremuta, violentata, della sua fine sto scrivendo.
Appena nata ha la tenerezza di un bambino, con occhi ingenui e vividi, sì vividi non solo vivaci.
Poi arriva l'eta della giovinezza, che è più un'età dell'osare. Sguardo fiero, coraggio da gladiatore, incoscienza. 
La fiducia si lascia trasportare da deliri di onnipotenza, invincibile, sprezzante del pericolo... del futuro. 
Si sa però che un'anima giovane tanto bene si lascia plasmare quanto facilmente ferire, ché la distanza tra carezza e schiaffo è quella di un battito di ciglia. Va da sé che mentre i prudenti riportano solo graffi, escoriazioni, cicatrici possibili da cancellare, gli impavidi, azzannati dalle fiere che la vita aveva avuto la furbizia di travestire da cherubini, cadono a terra in effusioni di sangue che è oppressione al cuore. 
Così l'impavido prende coscienza, di mille docce lava quelle piaghe per poterle dimenticare. Ma la cura definitiva sta nel farmaco giusto da somministrare. 
Gli impavidi feriti vagano, in cerca di qualcun che abbia mani ferme e grandi da contenere un antidoto al fiele.