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28 febbraio 2012

"Esterismi" italiani

L'hanno scarnificata, deturpata, derisa, presa a sputi e lei come una inguaribile "bocca di rosa" si è lasciata prendere, sbattere da una cloaca all'altra.
La dotta lingua italiana ora ha un aspetto trascurato, invecchiata dalle battaglie lessicali, vestita di stracci che non le appartengono, proprietà di qualche marchio estero.
Chi è il colpevole di questa grave infamia? uno straniero dalla grammatica scarna, direte voi. Invece no, pare che a commettere questo vile reato sia stato proprio il popolo italiano.
Lontano da virtuosismi letterari che non amo e non mi appartengono, convinta che il miglior modo di esprimersi sia quello semplice e privo di paroloni che sanno di stantio, io stessa mi trovo coinvolta in una deriva della lingua italiana verso inglesismi, francesismi, "esterismi" insomma.
L'inglese fa figo, il francese fa chic (francesismo) e così via. Succede allora che ti ritrovi ad affrontare una conversazione apparentemente nella tua lingua madre ma farcita di figli di altre nazioni.
"Sai sono andata in questo locale molto fashion, con arredamento un po' old style. Per l'occasione ho indossato un vestito vintage comprato in una boutique très charmant. Sono arrivata lì e sinceramente ero una delle poche ad aver rispettato il dress code. Pensa, c'era una tipa con abito animalier e sandali camufflage, la sintesi di tutto ciò che c'è di più trash...". 
Poi ci pensi, ti senti di aver offeso anche il mitico Totò col suo "noio volevon savuar" e ti rendi conto che avresti potuto dire il tutto così: "Sai sono andata in questo locale alla moda, con arredamento un po' vecchio stile. Per l'occasione ho indossato un vestito comprato qualche anno fa in un negozietto molto carino ma che faceva ancora la sua bella figura. Sono arrivata lì e sinceramente ero una delle poche ad aver rispettato l'abbigliamento consigliato per questo tipo di eventi . Pensa, c'era una tipa con abito maculato e sandali mimetici, la sintesi di tutto ciò che c'è di più volgare e fuori luogo...". 
Nel modo più banale abbiamo subito la trasformazione da Bel Paese a Popolo di esterofili in preda ad una isteria gergale che ci mette su un'altalena a metà tra il campanilismo e l'internazionalismo. 
Dondolo anche io comodamente ma ho preso una decisione, adesso scendo e riprendo la diritta via smarrita. 
Siatene testimoni e guardiani.

16 febbraio 2012

Il mio rifugio

Che bella faccia avevi, ricca, scritta ma tutta da interpretare.
Immensi occhi verdi, come un prato fresco su cui sdraiarsi con le braccia aperte ad ascoltare i racconti, miscele di parole e silenzi, silenzi colmi.
La bocca incorniciata dalle rughe che ti aveva scritto il fumo, rughe come raggi profondi. La sigaretta, arguta e beffarda, l'aveva deciso lei quali solchi dipingerti in viso.
A separare lo sguardo dalle labbra secche c'era un naso perfetto, rubato dalla faccia di un bambino, arricciato e perfettamente simmetrico.
Solo parti di un volto reso vivo dai segni del tempo. Segni come fiumiciattoli, ogni rigagnolo una storia, una lacrima, un ostacolo. Ogni sentiero di pelle su quella faccia era ostinato, profondo, consapevole.
Chiudo gli occhi e raccolgo nei polmoni un respiro profondo, mi sembra di poterlo sentire ancora quel profumo. L'odore acre dell'acqua di colonia si mischiava a quello fresco della brillantina per capelli, era un'essenza fragrante, la tua.

Ogni domenica il mio rito sacro, il nostro rito, il più tenero. Come un ciclone spalancavo le porte di casa tua, armata di sorriso fresco e occhi furbi ti venivo a cercare. Mi dicevi "vieni qui!" e io goffa mi sedevo sulle tue gambe e ti baciavo.
Il primo bacio sulla bocca me l'hai dato tu, dolce, innocente. Rideva, il bacio, solleticato da due piccoli baffi brizzolati. Poi mi accarezzavi la testa e nonostante i capelli le sentivo le tue mani ruvide, scavate da un lavoro umile ma faticoso. Mi raccontavi della terra, la terra che partorisce i fiori e i frutti, la terra vivace ti aveva graffiato le mani mentre l'aiutavi a crescere.

Passavano gli anni, io crescevo ma tu no... nonostante la malattia.
Passavano gli anni, il mio corpo cambiava, diventavo donna e conoscevo la cattiveria altrui.
Passavano gli anni, conoscevo la cattiveria e nei momenti di acerba maturità capivo che era l'unica arma dei deboli.
Passavano gli anni, riconoscevo la cattiveria e tempravo la mia corteccia.
Passavano gli anni e tu eri il mio rifugio, ti baciavo e tornavo bambina. Eri la mia iniezione di forza dagli occhi. M'avvinghiavo a te e abbracciavo l'esperienza di un uomo nato uomo e non bambino.
Mi bastavi tu, la mia "torre d'avorio".

Era una mattina come tante altre, il paesaggio era lo stesso, la casa la stessa ma io non ero la stessa.
L'ansia opprimente urlava quello che non volevo ascoltare.
Uno squillo, "pronto" ma lo sapevo già.
Al sonno ti sei abbandonato e hai preferito la compagnia dei sogni a quella degli esseri umani.

Caro nonno, ti ho sempre invidiato perché tu sei nato già uomo e io solo bambina.