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30 giugno 2013

Elogio del melodramma femminile

La donna, si sa, è un essere complicato o complicata è la sua mente: opera magna di architettura psycho-sociale.
La mente femminile funziona così: ci sono mobili che contengono scaffali, che contengono cassetti, che contengono scatole, che contengono buste, che contengono l'elucubrazione pura. L'elucubrazione pura scorre nelle vene delle donne fin dalla nascita, poi cresce e diventa melodramma.
Il melodramma femminile è quella Cosa che ci impedisce di essere perfette ed è una Cosa molto grande, credetemi.
La donna raggiunge l'apoteosi del melodramma in amore, che più che amore è una tragedia greca divisa in milioni di atti, ma anche (per essere più moderni) una saga "fantasy", dove la "fantasy" è, ovviamente, tutta al femminile.

La fantasia alimenta il melodramma.
"Se non mi chiama, è perché sta lavorando, ma ora chiamerà... cinque, dieci minuti, trenta minuti. Sarà in riunione, in riunione sì."
"Lo chiamo io. Non risponde, non ha sentito. Non prende, è in una galleria, una galleria sì."
"Non chiama perché aspetta che lo faccia io, io sì."
"Ci sta pensando. Mi evita perché ha paura di me, perché sono una donna troppo forte, ha paura che io lo soffochi con il mio carattere, soffochi sì."
 "No, lo so, cerca di resistere all'irrefrenabile tentazione di affezionarsi a me, affezionarsi sì."
"Lui ci tiene a me, ha detto che lo faccio ridere, si conquista un uomo facendolo ridere... o era una donna, una donna sì."
"Forse l'ho trascurato, devo assolutamente essere più premurosa, premurosa sì."
"Sì, è stata proprio una bella serata, ora mi porterà a casa e chiamerà per darmi la buonanotte.
Non chiama, si sarà addormentato, l'ho fatto stancare troppo. Stancare sì."

Eccetera eccetera, così l'elucubrazione cresce diventando melodramma. Così il melodramma non risparmia nemmeno l'autostima, lentamente s'infiltra, lede piccoli castelli d'amor proprio.
Poi finisce tutto con il tanto amato "non sei tu, sono io".

Allora, amiche mie, ora statemi bene a sentire. Il melodramma non serve, non avete nessuna colpa.
Non siete voi, è lui. Sì, è lui che sta facendo il pinzimonio dentro un'altra donna, semplicemente.
Il  pinziomonio, sì!

16 maggio 2013

Autoritratto

Trentaduenne in salita non asfaltata verso i trentatré.
Orecchio sensibile ai giri di basso.
Occhi chiacchieroni, da diagnosi immediata.
Pochi capelli per scelta.
Sorrisi arginati da fossette.
Bocca buona, mani generose di strette, strette fatte di braccia schiette.
Varie ferite da taglio all'organo cardiaco, una mortale.
Una rinascita: meno fiduciosa, più sensibile. Ossimoro.
Giro di vita sottile per una buona presa energica.
Tornanti di cosce verso ginocchia come prismi che si riflettono su caviglie fini.
Una schiena rifugio di polpastrelli e palmi grandi.
Un fegato goliardico.
Una laurea in Scienze di "io ce la faccio da sola".
Tesi in "mi sporco come voglio".
Calcio in culo accademico.
Diverse pubblicazioni nell'arte di arrangiarsi.
Inchiostro incagliato sottopelle.
La Dotta nel cuore.
Salsedine nelle vene.
Trecce di uomini, lacrime e risate.
Corde d'amici.
Famiglia di legno massello.
Sfumature di speranza: rosso, nero, rosso, bianco per ricominciare.
Ostinata dentro una testa soda: corro dietro ai desideri con una rete per farfalle.
Pesco nel mare che voglio.




2 maggio 2013

Poche idee (e confuse) sull'amore

L'idea dell'amore, entro in confusione. Dunque inizio, ci provo.
L'amore è... Anzi no, l'amore fa... Anzi no, l'amore si fa.
Va bene, ritento.
L'amore da piccola me lo immaginavo come nei cartoni animati, come per Georgie, Candy Candy, Lady Oscar... Che pessimo esempio mi hanno dato.
Poi l'amore è diventato come nei film. Lei è brutta, lui un bel maschione, ma lui s'innamora di lei nonostante l'incredibile fauna femminile che lo circondi: si guardano negli occhi, si baciano (a stampo, che noia), si sposano e mettono su una famiglia numerosa come i "Bradford". Ecco, a me i film hanno fatto sempre paura, ma conosciamoci prima, cos'è questa fretta di spendere milioni in un matrimonio e ingravidarmi?!
Poi sono cresciuta eh. Ah sì che sono cresciuta, purtroppo. Ho dovuto toccare con mano, non che non sia stato bello toccare, ma qualcuno ha toccato più a fondo, in quella che chiamano anima, che secondo me è solo fegato vestito a festa.
Allora prendi un fegato, fatto? Fagli indossare un vestito stile Whitney Houston alla premiazione degli Oscar in “The Bodyguard”, fatto? Ecco, ora immagina che ti sparino mentre la tua guardia del corpo guarda la finale di Champions. Ne esci conciata male, il fegato si salva, ma il suo vestito... Oh il suo vestito, ha più macchie di sangue di un giaguaro e non c'è lavanderia che lo salvi. Succede così, chiaro? No? Ma come no?

L'amore è affidarsi. (Affidarsi è il verbo più spaventoso del mondo. L'"Esorcista" a confronto diventa il sequel di "kiss me Licia".)
L'amore è darsi, senza aspettarsi niente in cambio. (Aspe' no, io qualcosa in cambio lo voglio.)
L'amore è qualche carato in più negli occhi. (Però è un carato speciale, più costa e più vale meno.)
L'amore è colla a presa rapida. (Se prendi quella giusta, dura un bel po'.)
L'amore sono sorrisi delimitati da fossette. (Con dentro l'affetto che cerchi di nascondere.)

L'amore è un cecchino sulla fiducia, BANG BANG. Pezzi ovunque, alcuni polverizzati.
(Psssss... dicono che esistano buoni rivenditori di pezzi di ricambio, sottobanco.)

3 aprile 2013

Precarietà emotiva

Cara precarietà,
ti scrivo perché so che non puoi né vuoi rispondere. Sei il più grande controsenso che abbia mai conosciuto: talmente concreta da impedire di costruire sulle tue radici. Tagli speranze, progetti, programmi, spegni le luci dell'ambizione negli occhi.
Cara precarietà, sei equilibrio instabile, con te è come camminare su un cornicione a patto di non soffermarsi sul vuoto attorno, permetti di vivere a condizione di non guardare al futuro. Sei come una colata lavica, ti fai spazio dovunque, arrivi e sciogli e porti via certezze.
Ti fai spazio dovunque, sì, sei dovunque: la vita, ma sarebbe meglio parlare di esistenza, è precaria, l'amore è precario, l'amicizia è precaria, i sorrisi sono precari, la felicità è precaria, il lavoro è precario e spesso è il lavoro precario a rendere precario tutto il resto. 
Precario, precario, precario, lo voglio ripetere quante più volte possibile, voglio essere ridondante, ma non voglio far finta di niente. 
Chissà se i nostri genitori avevano previsto per noi questa deflagrazione di precarietà? Sì, i nostri genitori, quelli del posto fisso, delle idee solide, quelli dell'amore uno e unico, quelli dei valori, quelli delle rivoluzioni. Secondo me no, non l'avevano previsto, non ci avrebbero permesso di sguazzare nella precarietà come balene sovrappeso. 
Nonostante tutto, siamo qui. Incerti, precari, temporanei, istantanei, ché a vent'anni te ne freghi: sei giovane, vivi alla giornata, oggi voglio essere felice, domani corrucciato, oggi m'innamoro di Marco, domani di Giulio, ma la prossima settimana sto da sola, sì. A vent'anni, sì. A trenta, invece, ti fermi a riflettere. Pensi che se non ti puoi permettere di programmare una vacanza, forse non ti puoi nemmeno permettere altre cose: forse non ti puoi permettere di amare, forse non ti puoi permettere di diventare madre, forse non ti puoi permettere una famiglia, perché se ami veramente, testa e cuore si alleano e progettano, progettano una vita insieme, con tutto l'arredo emozionale che ne consegue. 
A un bivio, non resta che scegliere: o vivi perennemente in versione beta, in modo sommesso, con fare guardingo, con la paura d'agire che t'imbriglia, oppure... Oppure ti fai d'incoscienza, in cerca di un'incoscienza affine, umana, ché due incoscienze creano i muscoli del coraggio e il coraggio è nemico della precarietà.
Allora cerchiamoci, incoscienti.
Cercatevi incoscienti. 

Cercami, incosciente.

8 gennaio 2013

Delirium Femen

Tacchi a spillo scandiscono i secondi.
Siamo famose per la nostra logorrea emotiva.
Ci dicono come vestirci.
Ci giudicano per un taglio di capelli.
Ci dicono chi amare e chi non amare.
Ci dicono chi sudare e chi far sudare.
I pensieri non li lasciamo sfumare.
Armate di nuovi colori ci dipingiamo, forte e ancora più forte sui contorni. Dimenticare, non vogliamo dimenticare. Colora, piangi, asciuga, colora. Più forte è il pensiero, più ruvido e spesso sarà lo strato di colore. Tempera liquida sulle mani, negli occhi, sulla bocca, dentro la pelle, versamenti di cuori stagnanti.
Vi affidiamo quadrati di seta pura, ci restituite stracci sporchi, strizzati, neri, trascurati.

Battiti di ciglia, segnali di fervore.
La seduzione è un gioco di testa plasmato sul corpo.
Gli equilibri tra curve del corpo e pieghe del cervello fanno una donna raffinata.
La volgarità è negli occhi di chi la guarda, esistono puttane con occhi di bambino.
La provocazione è un incrocio di sguardi e gesti, non è istigazione, non è giustificazione.
Nasciamo piccoli batuffoli morbidi. Poi le curve ci esplodono addosso, provate voi a gestirle senza attirare attenzioni.

Ci hanno sempre ripetuto che qualsiasi cosa dovevamo conquistarla, qualsiasi.
I diritti, l'uguaglianza, il rispetto, la fatica per la fatica.
Succede così che ogni conquista da affrontare diventa una sfida.
La sfida più dolce, la conquista più bella: siete voi.
Per voi siamo testarde, dure, invincibili, forti.
Perciò non biasimateci se non vi lasciamo fare.
Aspettiamo quel momento, quello in cui il viso diventa deflagrazione di sorrisi e sospiri, per esclamare: "ce l'ho fatta anche con te, sei la mia conquista, il mio orgoglio" e non come un trofeo, ma come l'ultimo scalino di una salita ripida, l'acqua dopo una corsa, cioccolata fondente fusa in una serata di ricordi incagliati nel fegato.


Volevo scrivere un articolo post-femminista, ho vomitato una dichiarazione d'amore.





23 novembre 2012

Che c'è di male nel credere?

Che c'è di male nel credere?
Quanta paura c'è dentro al non credere?
Quante braccia forti, invisibili, dal carattere nerboruto, ci vogliono per continuare a credere?
Non biasimo i miscredenti, gli scettici, le loro vene pulsanti di maturo realismo miscelato alla delusione. Maturo realismo miscelato alla delusione, è il mio.
Non si smette di credere, si crede di meno. Si crede così poco che a quello in cui credi t'aggrappi come un bambino al collo di una madre, come se fosse un salvagente gonfiato di speranza.
Allora io credo poco, ma è un credo autentico.

Credo nelle intime fusioni. Caldamente.
Credo nell'amore perché l'ho mangiato fino all'osso, a costo di rosicchiare la dignità. Ingordamente.
Credo che la fiducia si costruisca non mattone dopo mattone, ma granello dopo granello. Alacremente.
Credo nei portacenere pieni di sigarette morte, che sono vita vissuta che se ne va. Volontariamente.
Credo nei miei occhi, che mi hanno sempre dato più risposte di quelli altrui. Genuinamente.
Credo nelle mani, che quando tu simuli tranquillità loro tremano d'emozione. Continuamente.
Credo che credere nelle persone sia una bella sfida. Combattivamente.
Credo che le belle persone siano da cercare, coccolare e rincorrere sempre. Caparbiamente.
Credo nei bilocali, non in un paio di cuori e una capanna. Concretamente.
Credo nel mio Paese, non a chi lo governa. Orgogliosamente.
Credo che la bellezza sia inconsapevole. Si fa spazio da sola. Semplicemente.
Credo nei sorrisi spontanei, perché non ne conosco altri. Limpidamente.

Credo che posso bastarmi, ma credo anche di aver bisogno di un bravo artista che mi dipinga in volto un sorriso quando sarò triste, ché io questo proprio non lo so fare da sola.
Umilmente.